Il vino naturale come mezzo e fine

di Giulia Graglia (da Vini e Vini, Gaber & Champagne)

Tante volte mi sono domandata come mai il vino sia diventato così importante nella mia vita. Ho iniziato da semplice bevitrice, quando ero ancora molto giovane. E, come accade spesso ai ragazzi, non avevo limiti né competenze. Bevevo per il gusto di bere, per la compagnia, per scaldare le serate d’inverno. Quando c’era una bottiglia di vino non mancava mai la chitarra, e dopo ogni canzone era d’obbligo un bicchiere. Avevo a malapena vent’anni e il futuro pieno di sogni. Non sapevo cos’avrei fatto e dove sarei andata, ma volevo cambiare il mondo, come i cantautori che tanto amavo.
Anni dopo, quando ormai la mia strada mi aveva portata a vivere da Torino a Roma e più che il mondo a quel punto speravo di cambiare almeno me stessa, ho avuto la fortuna di girare un documentario su Giacomo Bologna, uno dei personaggi più incredibili che il vino abbia mai vantato. Anche se era già morto da diversi anni, dalle interviste che raccoglievo emergeva uno spirito libero, un carattere esondante, un innovatore assoluto, come pochi ce n’erano stati fino a quel momento. Talmente coinvolgente che tutti i suoi amici e parenti vivevano ancora animati dalla sua folle energia, come se non se ne fosse mai andato. Fra di loro c’era anche Luigi Veronelli, che il cielo ha voluto che mi concedesse quasi due ore di riprese.

Allora non capii fino in fondo il messaggio che mi volle trasmettere, ma le sue parole mi si impressero nel profondo dell’anima, ad aspettare il momento giusto per riemergere. L’anarchia mi risuonava, così come lo spirito irriverente delle zingarate organizzate dal gruppo di Rocchetta Tanaro. E c’erano tanti musicisti. Di nuovo vino e musica, in uno sposalizio inevitabile: Gianni Basso e Gianni Coscia accettarono la mia proposta per il documentario e vollero omaggiare il vecchio amico che aveva creduto nella loro musica accompagnandoli fino al successo internazionale. Dietro ogni loro momento, ogni progetto, ogni risata, c’era sempre il vino, che per tutti era motivo di vita, occasione di incontri, gioia, feste. Ne rimasi stregata: volevo che anche per me tornasse a essere il compagno di avventure che era stato nella mia prima giovinezza. E venni ascoltata, ma non subito.

Dopo il diploma da sommelier e qualche deludente esperienza nel mondo del vino convenzionale, mi rendevo conto che del vino non sapevo ancora niente: avevo incamerato nozioni, assaggi, conoscevo doc, zone di produzione, vitigni nazionali ed esteri, ma lo sentivo distante da me. Non c’entrava niente con quello che aveva rappresentato per Giacomo Bologna e i suoi amici fraterni. Per me era molto più caro un tempo, quando, senza conoscerlo a fondo, accompagnava i sogni di rivoluzione dei miei vent’anni.

Poi finalmente conobbi il mondo del vino naturale. Fu un incontro graduale, discreto, garbato, come può avvenire fra due persone che si innamorano lentamente e che passeranno la vita assieme. Non ne capii subito l’impatto sconvolgente sulla mia esistenza, perché non avevo ancora tutti gli strumenti per comprenderlo. Ciò che mi colpì immediatamente fu invece la schiettezza dei produttori: erano contadini, preparati, colti, ma contadini. Non c’erano addetti alle vendite, agronomi, enologi, responsabili marketing e contabili. No, le persone che avevo di fronte alle fiere si occupavano di tutto, dall’aratura del terreno, all’etichettatura delle bottiglie, alle fatture, alla riscossione crediti. Amavano le loro vigne come se fossero parte della famiglia, conoscevano ogni singola vite con tutte le sue caratteristiche, attendevano l’inizio della fermentazione con trepidazione, come in sala d’attesa durante un parto.

Conobbi tanti produttori, ne divenni amica, iniziai ad andare a trovarli in cantina e poco per volta mi resi conto che non volevo più sentire parlare del vino industriale. Non mi interessava, perché non mi raccontava niente. Invece le bottiglie dei miei nuovi amici, battaglieri e ribelli, mi appassionavano, anche se a volte mostravano degli spigoli che mi spiazzavano. Magicamente compresi Veronelli e ciò ce aveva voluto insegnarmi quel pomeriggio di tanti anni prima: “il peggior vino del contadino è migliore del miglior vino d’industria”. Era il motto suo, di Giacomo Bologna e di tutto il gruppo di Rocchetta Tanaro. Finalmente mi era tutto chiaro: Veronelli mi aveva indicato una strada, la mia, senza sapere se l’avrei seguita. Ero pronta a farlo.

Questa volta però volli dedicarmi all’altra faccia del mondo del vino, quello femminile. E così arrivarono le riprese del mio secondo documentario, Senza Trucco – le donne del vino naturale. Quelle quattro produttrici, di cui avevo seguito le mosse per pochi giorni, mi dimostrarono cosa significa il contatto con la natura e il perché il lavoro del vignaiolo e del contadino in generale è così affine al mondo femminile. Mi avevano riavvicinata alle mie radici, alle radici di tutti noi, quel bisogno di sentire i piedi a contatto con il terreno e la testa vicina alle nuvole. Dio le benedica, Dora Forsoni, Nicoletta Bocca, Elisabetta Foradori e Arianna Occhipinti. Non solo per quello che regalano al mondo con i loro vini, ma nel mio caso per avermi confermato il mio futuro.

Già, il futuro. Da anni è completamente assorbito dal mondo dei vini naturali, con una distribuzione a Torino e un evento dedicato sempre qui nella mia vecchia città, dove sono tornata con la mia famiglia. Solo nell’ultimo periodo ho avuto qualche incertezza, come se mi mancasse ancora un tassello, come se il mio compito non fosse ancora del tutto delineato. Poi, qualche tempo fa, ho messo finalmente in luce il perché il vino è diventato così importante nella mia vita, rispondendo alla domanda che rivolgevo all’inizio di queste pagine.
Non ci si può occupare di vino naturale senza un impegno etico effettivo o meglio, non si arriva al vino naturale se non spinti da un’esigenza morale. Forse devo fare di più per l’ambiente e schierarmi con maggior rigore per difendere gli equilibri messi in pericolo. O forse devo seguire la strada indicata dalla biodinamica e quindi da Steiner, che vedeva la materia come un’espressione dello spirito e la natura come uno strumento per innalzarsi verso il Cielo. Qualunque sia il mio compito, una cosa è certa. Non ci si può occupare di vino naturale senza assumersi una responsabilità definitiva e reale verso se stessi, il mondo che ci circonda e soprattutto verso la destinazione a cui aspira l’uomo, inteso in tutti i suoi aspetti.

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